Milano ricorda la giornalista Jole Zangari
lunedì 11 aprile 2011 |
A Milano, negli ambienti giornalistici, il suo ricordo è sempre più vivo e commovente. La conoscevano tutti. E tutti la stimavano.
«È una delle figure più care del “Pantheon” giornalistico milanese», dicono oggi di lei, molti illustri colleghi nella sala stampa nazionale.
È stata davvero grande, in tutti i sensi, Jole Zangari, la giornalista-avvocato (o avvocato-giornalista, che dir si voglia) che, partita giovanissima dalla Calabria, è riuscita ben presto a distinguersi egregiamente nel capoluogo meneghino, alternando la professione forense a quella giornalistica. È stato, per l’appunto, in Lombardia che ha trascorso tutta la sua vita, anche se da Mammola (piccolo centro del Reggino, dov’era nata nel 1938) non si è mai completamente staccata. «Vivo lontana dalla mia regione e dal mio paese solo fisicamente», diceva spesso, «ma la mia testa e il cuore sono sempre rimasti lì, nella mia Calabria».
Sono passati tre anni da quando Jole ci ha lasciato. E ora a Milano, per onorarne la memoria, si sta pensando d’istituire un premio giornalistico a lei intitolato. Jole Zangari, giornalista pubblicista (cioè, libero professionista dell’Informazione), ha infatti rappresentato dal 1966 non solo una figura di giornalista esemplare, maestra per tanti giovani praticanti lombardi, ma è stata anche fautrice di numerose battaglie sindacali, vinte proprio grazie all’impegno e alla tenacia con cui ha sempre affrontato i problemi della categoria, durante i suoi prestigiosi incarichi ricoperti sia all’interno dell’Ordine nazionale dei Giornalisti che in seno alla giunta esecutiva della Fnsi, Federazione Nazionale Stampa Italiana. Per quarant’anni ha diretto l’organo d’informazione dei giornalisti italiani «Tribuna Stampa», occupandosi pure di teatro e di tematiche giuridiche su altre testate. Lo ha fatto con grande serietà, con grande applicazione e grande umiltà, fino alla fine dei suoi giorni.
Io, che ho avuto il privilegio di essere stato suo amico, prim’ancora che collega (e di aver fatto parte della sua redazione) la ricordo così: una persona a dir poco speciale, affabile, sempre disponibile con tutti. Per di più, attraverso un’attenta rilettura dei suoi scritti, oggi riscopro una giornalista ancor più eccellente, i cui articoli testimoniano la sua grandezza. Una intellettuale, con una cultura non limitata a specifici argomenti ma che le permetteva di spaziare - con acume e competenza - dal giornalismo sindacale alla critica teatrale, dalla divulgazione scientifica alla disquisizione filosofica, fino alla nota di costume. Finanche Indro Montanelli, in più occasioni, trovò modo di esaltare pubblicamente la sua opera. Perché, sì, Jole era (e rimane) davvero grande. E come tutti i grandi non morirà mai.
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Vincenzo Pitaro
Gazzetta del Sud - Cultura
Ritrovata dopo due secoli la testa della Vergine
lunedì 20 settembre 2010 |
Nei giorni scorsi ad Amantea (Cosenza), presso il Complesso Monumentale di San Bernardino, si è tenuta un’importantissima iniziativa fortemente voluta e sostenuta dalla Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Calabria, diretta da Fabio De Chirico. E’ stata difatti restituita alla pubblica fruizione il frammento di un’opera d’arte di eccezionale rilevanza: la testa della Vergine de La Natività di Pietro Bernini, conservata nell'Oratorio dei Nobili della stessa cittadina.
Sono intervenuti all’iniziativa: Fabio De Chirico, soprintendente BSAE della Calabria; Gregorio Carratelli, priore Arciconfraternita SS. Immacolata di Amantea; Francesco Tonnara, sindaco di Amantea; Domenico Bevacqua, vicepresidente Provincia di Cosenza; Mario Caligiuri, assessore regionale istruzione e cultura; Francesco Celestino, custode provinciale Frati Minori Conventuali; Alessandra Anselmi, Università della Calabria; Mario Panarello, Università della Calabria; Giuseppe Mantella, restauratore.
Nel corso della solenne cerimonia, il prezioso frammento è stato riposizionato nella sua collocazione originaria dal soprintendente De Chirico, a testimoniare l’impegno della Soprintendenza calabrese in direzione di una tutela attiva del patrimonio d’arte regionale.
La Calabria a Miss Italia brinda alla bellezza
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Una mappa storica sulla Calabria normanna
giovedì 2 settembre 2010 |

La civiltà normanna in Calabria, si sa, ha lasciato una grande testimonianza diretta della propria arte. Sotto questa dominazione, anzi, la regione attraversò per molti aspetti un periodo di rinnovato splendore. La rilevanza di questa civiltà è a tutt’oggi visibile in molti luoghi calabresi per merito di quell'architettura religiosa che espresse la sua anima anche nell’arte del mosaico, dell’affresco, della ceramica, oltre che dell’oreficeria.
Vibo Valentia e le sue ghiotte specialità
giovedì 26 agosto 2010 |

di Vincenzo Pitaro
L'arte della Magna Grecia, i borghi medioevali, gli storici castelli e le maestose chiese da visitare, fanno da cornice nel Vibonese a una grande varietà di prelibatezze. Un matrimonio tra storia, natura e palato che da tempo caratterizza la provincia di Vibo Valentia, uno dei territori senza dubbio più ricco di proposte gastronomiche differenziate. Tra i prodotti più eccellenti, che dopo aver conquistato il marchio di qualità si stanno facendo onore in Italia e nel mondo, troviamo infatti la «’Nduja» di Spilinga, il tartufo di Pizzo e la cipolla rossa di Tropea.
Calabria in the world: Le firme più illustri del Giornalismo
lunedì 23 agosto 2010 |
Le firme più illustri del Giornalismo
che hanno contribuito a conferire prestigio
alla Calabria nel mondo
(a cura di Isabella Diaco)
A
CARMINE ABATE, scrittore, è nato nel 1954 a Carfizzi (Kr). Figlio di emigrati, ha insegnato in Germania e poi nel Trentino, dove attualmente vive. Nel 1984 ha pubblicato in Germania Den Koffer und wegi (La valigia e via!), una raccolta di racconti incentrati sul tema dell’emigrazione. Sempre nel 1984, insieme alla sociologa tedesca Meike Behrmann ha condotto una ricerca antropologica sull’emigrazione, pubblicata in Germania con il titolo Die Germanesi, e poi tradotta in italiano: I Germanesi. Storia e vita di una comunità calabrese e dei suoi emigranti (Cosenza, 1986). Il suo primo romanzo è II ballo tondo (Genova, 1991).
FRANCO ABRUZZO, giornalista de II Sole 24 ore. Per vari anni è stato presidente del consiglio regionale lombardo dell’Ordine dei Giornalisti. Nato a Cosenza nel 1939.
FERDINANDO ADORNATO, giornalista e politico, nato a Polistena (Rc) nel 1954, risiede a Roma. Già a L’unità, Panorama e L’Espresso, editorialista del quotidiano la Repubblica e consigliere di redazione di Micromega, nel 1994 è stato eletto deputato al Parlamento per Alleanza Democratica (di cui è stato uno dei promotori) nelle liste dei progressisti. Ha diretto «Liberal».
Quei giorni in cui conobbi San Pio da Pietrelcina
sabato 7 agosto 2010 |
CULTURA - Note di viaggio e considerazioni di uno scrittore calabrese
Quei giorni in cui conobbi San Pio da Pietrelcina
di Grazio Pitaro

Nel dicembre del 1950, approfittando della pausa natalizia, poiché insegnavo, decisi di recarmi nelle Puglie e precisamente a San Giovanni Rotondo in quel di Foggia, presso il convento dei frati cappuccini sul Gargano.
Partii dal mio paese (Gagliato) che era passato da poco Natale, e, dopo un viaggio estenuante, scesi dal treno alla stazione di Foggia; qui noleggiai un taxi che mi condusse a destinazione.
Giunto al convento, una folla si assiepava attorno. Dopo aver dato di sfuggita un'occhiata al grandioso ospedale «Casa Sollievo della Sofferenza» costruito con il contributo dei fedeli di tutto il mondo, e che allora ospitava circa seicento degenti, entrai in chiesa per pregare; quindi mi recai in albergo per prenotare una stanza. A dire il vero, trascorsi una notte insonne subendo i rigori dell'inverno, e, impaziente, ero in attesa che sorgesse l'alba per assistere alla messa di Padre Pio.
Erano le cinque del mattino, e, ancora tra il lusco e il brusco, mi diressi al convento; fui subito in chiesa, la quale era già gremita di fedeli in devoto raccoglimento ed in un contegno edificante.
Padre Pio, dal volto prettamente ieratico, rigato di lacrime e con i segni tangibili della sofferenza, si accinse a celebrare la messa che durò due ore: dalle cinque alle sette. La fronte imperlata di sudore e rigata da solchi profondi, con il viso coperto di grinze. Egli sembrava rapito in estasi; soprattutto al momento della consacrazione della specie eucaristica, e pareva avesse un abboccamento con Dio. Furono momenti di commozione e di riflessione.
Terminata la messa, impartì la benedizione e, provato dalla sofferenza per le stigmate alle mani, al costato ed ai piedi, a stento si avviò in sacrestia ed ivi depose i paramenti sacri. Feci di tutto per avvicinarlo, e fu proprio in sacrestia che ebbi la possibilità, da me tanto agognata, di rivolgergli un'invocazione: «Padre, datemi la santa benedizione prima che io riparta alla volta della Calabria» gli chiesi. Ed Egli, ponendomi una mano sulla spalla: «Dio ti benedica!».
Rimasi un po' esterrefatto, perplesso, perché me lo disse con un tono che io credetti fosse venato di qualche allusione, e mi lambiccai il cervello per carpirne il vero significato. Mi rasserenai però all'istante, poiché intuii subito che Padre Pio volle farmi intendere il suo disappunto per il fatto che non avevo chiesto di confessarmi. Pur consapevole di ciò, dovetti disdire la prenotazione, assalito dalla fretta di ritornare a casa per essere puntuale il 7 gennaio, giorno della riapertura delle scuole.

Lasciai San Giovanni Rotondo, oasi di pace e di serenità di spirito, con l'intenzione di ritornarvi. Anni dopo, ed esattamente nell'agosto del '65, decisi di rivedere Padre Pio, viepiù ispirato da quella fede che animò San Paolo convertitosi sulle vie di Damasco: «Sine fide impossibile est piacere Deo». Intrapresi il viaggio con un caldo asfissiante, sotto la sferza implacabile della canicola e del sole torrido d'agosto. Arrivato che fui a destinazione, stanco dal viaggio, per fortuna trovai una stanza vuota in albergo. Non un alito di vento che potesse smorzare la calura ed apportare un che di refrigerio si udiva dintorno. La mattina, svegliatomi di soprassalto allo squittio indiscreto degli uccelli, mentre una nuvolaccia apparsa improvvisa si accingeva ad offuscare il cielo, ebbi la sensazione di trovarmi in un paradiso terrestre. Mi diressi al convento dove Padre Pio stava celebrando la messa assai per tempo, come di consueto.
Nel pomeriggio riuscii, tramite una persona alquanto influente in convento e che ebbi modo di conoscere, ad ottenere un biglietto di prenotazione; la qualcosa mi permise di confessarmi. Dopodiché vincendo autosuggestione ed emotività, effettuai una breve passeggiata nel cortile circostante il convento con alcuni amici colà conosciuti.
Terminata la Santa Messa e ricevuto che ebbi la Comunione, intravedendo Padre Pio che stava per raggiungere la sua cella, mi intrufolai, non si sa come, in un varco inspiegabilmente apertosi fra due ali di folla che si agitava dattorno. Mi fu consentito, così, di conferire con Lui, consegnarGli due lettere e porGli alcune domande le cui risposte mi consolarono. A San Giovanni Rotondo, durante la mia permanenza, vissi momenti di paradiso e di tranquillità intcriore; mi sentii in tutto trasformato nel seguire le messe del Frate del Gargano. Chi ebbe modo di recarsi colà non rimase certamente deluso nel vedere Padre Pio, il grande Taumaturgo dalle stigmate, che sempre affascinò attirando a sé la folla, infondendo negli animi una ineffabile pace interiore. Padre Pio, al secolo Francesco Forgione, nacque a Pietrelcina (BN) nella vecchia casa di vico Storto 27, umile dimora di contadini, alle cinque del matttino del 25 maggio 1887, un mercoledì. Il giorno successivo il padre Grazio, «zi' Grazio», e la madre Maria Giuseppa De Nunzio, si recarono al comune per registrare il neonato.
Al fonte battesimale gli imposero il nome di Francesco. Solo allorquando divenne sacerdote dell'ordine dei minori adottò il nome di Padre Pio da Pietrelcina; quest'ultima annotazione fin a qualche tempo fa era obbligatoria aggiungerla al proprio nome, poiché così prescriveva la regola monastica. Quella mattina in cui Francesco Forgione vide la luce, la levatrice Grazia Formichelli sollevandolo per aria esclamò: «Giuseppa, il bimbo è nato in velo bianco ed è un buon segno; egli sarà grande e fortunato». Già d'allora sembrò che lo Spirito Santo avesse voluto dare un segno tangibile dei suoi alti criteri, ponendo sulla bocca di quella umile levatrice un così veritiero vaticinio. Padre Pio ricevette le stigmate il 20 settembre del 1918 mentre nel coro recitava l'Ufficio con gli altri confratelli.
Egli operò un'infinità di miracoli a persone presenti e lontane, tramite la bilocazione ed il suo flusso di asceta. Fu il «burbero benefico» che sotto modi apparentemente scontrosi e bruschi, celò bontà e gentilezza d'animo, avendo avuto per tutti una parola di conforto, di sprone, ma anche di ammonimento. Lenì il dolore di tanti derelitti, diseredati, e terse le loro lacrime. Padre Pio non è morto, come non muoiono i martiri e gli eroi. Per Lui non giunse l'ora del tramonto, ma sorse l'alba dell'eternità. Fu, e continua ad esserlo, sempre una sorgente di acqua viva dove si dissetarono quelli che erano avidi di affetto, di pace spirituale e di verità. Fu un lavacro costante e salutare che purificò radicalmente le coscienze.
Da Lui si recarono uomini illustri, increduli, atei, curiosi, che facendosi scudo della loro megalomania, pensavano di poterla impattare, ma non poterono che arrendersi umiliati e confusi. Dovettero inchinarsi riverenti e timorosi deponendo ai suoi piedi la loro superbia ed il loro scetticismo. Fu, il Nostro, l'intermediario, l'anello di congiunzione tra la terra e il cielo; risolvette casi insperati con guarigioni di malattie ribelli ad ogni terapia. grande dolore per il mondo cattolico.
Si spense alle 2,30 del 23 settembre del 1968, mentre invocava flebilmente il nome di Gesù e della Madonna.
Egli ci guidi, ci protegga e ci benedica dal cielo dove si canta eternamente il peana della gloria e dell'amore.
Lasciai per sempre San Giovanni Rotondo con nostalgia, mentre il cielo andava coprendosi di nubi plumbee, con immagini e sensazioni che resteranno scolpite nel mio cuore a caratteri aurei e indelebili.
Considerazioni. Durante il viaggio di ritorno da San Giovanni Rotondo, mentre scendevano le ombre della sera e le brume estive offuscavano l'orizzonte, dopo aver riflettuto a lungo e ricordando, come sempre, la netta differenza tra fumano e il divino, mi venne fatto di pensare che navighiamo in un mare travagliato dalla tempesta ed in cui imperversa la bufera della malignità.
Viviamo in un mondo sconvolto dal male, dall'odio, dalla violenza, dal malcostume, m cui l'ingiustizia tende ad avere piena supremazia ed eccellere, sovrana, sulla dignità umana.
Viene derisa la morale e si allarga viepiù la cerchia della malvagità con il boicottaggio di tutte le iniziative, con cinismo e sadismo.
Il tempo, però, mitigherà i dolori o li fa dimenticare; ristabilirà la verità, riparerà i torti, porrà un freno alla corruzione che contagia, senza tregua ed in modo invadente, gli animi; ridimensionerà i problemi.
«Tempus omnia medetur»: il tempo rimedia a ogni cosa. Ci sono fattori imponderabili, imprevedibili che modificano anche radicalmente lo svolgimento ed i risultati dei nostri progetti.
I sentimenti non prendono ordini e non c'è evento, sia pur minimo, che esca dal regolato ordine dell'universo.
Oggi, come sem
pre, si misconosce Dio, si mette in gioco la Sua divina esistenza da parte di gente pusillanime e che si pavoneggia di se stessa, cullandosi sugli allori, della sua gloria, della sua giustizia.«Beati qui credunt et non vident».
Un giorno il Signore Dio scenderà dal ciclo, Giudice supremo e severo con la Sua Croce, testimone oculare delle sofferenze, con quella Croce sulla quale si consumò il più grande dramma della storia e in nome suo a Costantino arrivò la vittoria su Massenzio nella battaglia di Ponte Milvio.
E sarà proprio nel giorno del Giudizio Universale che il Signore Dio pronunzierà il Suo famoso ed inconfutabile verdetto.
Concludendo queste considerazioni, non posso non convenire che la vita quaggiù è una prova, un sillogismo la cui conclusione è il Cielo. Tutto tramonta nell'oblio della terra, nel silenzio dei secoli! Perciò, niente odio né cattiveria, ma bontà, sincerità e schiettezza d'animo, con tutti.
© Grazio Pitaro
Cenni biografici dell’Autore:
Il prof. Grazio Pitaro, devoto e scrittore calabrese che negli Cinquanta ebbe il privilegio di conoscere e intervistare più volte Padre Pio, racconta in questo volume alcuni dei tanti suoi aneddoti sui suoi periodici incontri col Frate taumaturgo del Gargano, oggi San Pio da Pietrelcina.
Nato a Gagliato (CZ) il 5 settembre 1918, Grazio Pitaro, fin da ragazzo ha avuto la vocazione sacerdotale, studiando al Ginnasio e Liceo Classico presso il seminario vescovile di Squillace. Combattente nella Seconda guerra mondiale, ha partecipato alla campagna di Francia, Grecia e di Albania, uscendone ferito. Sposato e padre del giornalista Vincenzo, è stato insegnante (sul finire degli anni Quaranta) in vari centri della Calabria. Nel 1974, periodo in cui si è collocato in pensione, ha ricevuto dal Ministero della Pubblica Istruzione la medaglia d’oro per meriti professionali.
Da sempre, ha continuato a professare vivamente la fede religio¬sa, mantenendosi vicino alla Chiesa con particolare devozione alla Madonna e una grande considerazione per Padre Pio da Pie¬trelcina.
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(N.d.R.)
Su YouTube, digitando il nome dell’autore (Grazio Pitaro) è possibile vedere anche un servizio-video sull’argomento.
di Grazio Pitaro
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